GRANDE SUCCESSO DI THREE MILE ISLAND,
UN’OPERA PER RIFLETTERE SUL NUCLEARE


Recensione di Umberto Asti (www.teatro.org)

Dopo Fukushima l’opinione pubblica di tutto il mondo ha consolidato la percezione del rischio nucleare e ben difficilmente nei prossimi decenni qualche politico metterà nei propri programmi la costruzione di nuove centrali. L’incidente di Chernobyl era stato liquidato come una inevitabile conseguenza dell’inefficienza di un sistema politico in dissoluzione e, si affermava, che mai sarebbe potuto accadere nell’occidente democratico dove vige l’informazione libera e la trasparenza dei controlli. Prima di questi due episodi, nel 1979 a Three Mile Island in Pennsylvania una catastrofe di immani proporzioni è stata sfiorata ed evitata per miracolo; il sistema di raffreddamento della centrale nucleare è andato fuori uso e la temperatura del nocciolo si è pericolosamente avvicinata alla temperatura di fusione provocando comunque lesioni alla struttura e rilascio di radioattività nell’ambiente circostante. In un reattore atomico le reazioni termonucleari producono continuamente un innalzamento della temperatura che viene moderato per mezzo di sistemi di raffreddamento; se questi non sono adeguatamente efficienti il calore prodotto può portare alla fusione delle barre di combustibile e a reazioni esplosive che possono rilasciare nell’ambiente grandi quantità di particelle radioattive.

Nel caso di Three Mile Island ci è stato detto dalle autorità preposte che da una crepa della parete del reattore era stata rilasciata una nube radioattiva di modesta portata che si era diluita nell’ambiente senza gravi conseguenze per la popolazione.

In realtà la popolazione locale ha subito risentito degli effetti della contaminazione, numerosi abitanti della zona hanno denunciato vari disturbi, anche gravi, si sono verificate morìe di animali domestici, ma l’allarme è stato inspiegabilmente dato con ritardo e l’evacuazione dalla zona contaminata è stata ordinata dopo tre giorni. Nel tempo i dati epidemiologici hanno rivelato che, per alcune patologie riferibili alla esposizione alla radioattività, la Contea presenta dati tre volte superiori alla media. La verità è stata tenuta nascosta per trent’anni, fino a quando Ignaz Vergeiner, un meteorologo dell’Università di Vienna, dopo accurati ma non particolarmente complicati studi sulla situazione meteo della zona al momento dell’incidente, ha rivelato che la nube radioattiva emessa dalla centrale ha ristagnato a lungo provocando una esposizione della popolazione molto più grave di quella ammessa dalle autorità. L’epoca era quella successiva alla crisi petrolifera degli anni ’70 ed in tutto il mondo c’era una grande attività di costruzione e di progettazione di nuove centrali nucleari che, si diceva, ci avrebbero affrancato dalla schiavitù del petrolio. La notizia di un grave incidente avrebbe potuto indurre qualche riflessione e ostacolare i piani delle lobby: probabilmente le autorità di controllo sono state influenzate da questo clima ed hanno minimizzato la portata del disastro.

threeMileIsland lrcentrale
Purtroppo poco tempo dopo la pubblicazione dei risultati delle proprie ricerche, Ignaz Vergeiner si ammala di tumore e muore dopo aver affidato il proprio testamento ad una intervista televisiva raccolta dal giornalista Karl Hoffmann che, insieme a Guido Barbieri ed Andrea Molino, ha progettato uno “spettacolo” che potesse essere il veicolo di divulgazione della denuncia di Vergeiner nei confronti di una informazione che può essere manipolata per malafede o anche più banalmente per ottuso conformismo.
Hoffmann, Barbieri e Molino si sono recati in Pennsylvania, nella zona contaminata, dove hanno raccolto i ricordi e le informazioni dei testimoni dell’incidente.

L’opera è difficilmente classificabile, con una espressione consueta quanto vaga potremmo chiamarla “progetto multimediale”: il palcoscenico si presenta affollato di strumentisti disposti isolati ad occupare lo spazio in profondità, alcuni diaframmi di tela interrompono la scena, il suono è inizialmente prodotto da sussurri e voci che rimpallano descrivendo efficacemente un ambiente chiuso, via via integrato dall’azione degli strumenti. L’atmosfera è cupa, ma morbida, la presenza di strumenti poco consueti come il flauto basso, il clarinetto basso e il sassofono baritono produce una sensazione di tranquillità ovattata interrotta però qua e là da imprevisti ed allarmati interventi delle voci. Il tutto è coordinato dall’intervento di una “narratrice”, una Andrea Mirò particolarmente ispirata, una voce-guida che con un suggestivo declamato ci accompagna nel viaggio. Sui diaframmi di tela vengono proiettati filmati dell’epoca dell’incidente e le interviste ai testimoni, che con concreti ricordi ci immergono nei loro drammi. Particolarmente struggente è l’intervista a Ignaz Vergeiner che, consapevole della gravità della sua malattia, si mette perfino ad ironizzare sul paradosso di essere curato con la radioattività. Lo stesso Karl Hoffmann si riserva un intervento sul valore dell’azione di Vergeiner, ma la suggestione più grande si raggiunge quando appare sul palco Johannes Vergeiner, figlio di Ignaz, anche lui meteorologo che, oltre a raccogliere l’eredità paterna, ci rassicura sul ruolo degli scienziati nell’impegno civile.

L’azione teatrale, declinata in 11 temi definiti da titoli efficacemente didascalici, ben supportata dalle musiche di Andrea Molino eseguite dai musicisti del Klangforum Wien, con gli interventi vocali dei solisti del Neue Vocalsolisten Stuttgart, le azioni multimedia di ZKM Karlsruhe e Zurich University of the Arts, è particolarmente efficace sul piano drammaturgico e coinvolge il pubblico con un crescendo di emozioni che, alla fine, si sciolgono in un convinto applauso che più volte richiama sul palco autori ed esecutori.